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Edda in concerto al Circolo degli Artisti di Roma

18 novembre 2009, alberto parisi

MARTEDI’ 24 NOVEMBRE
EDDA
+ Magpie
+ Modì
@
CIRCOLO DEGLI ARTISTI

Via Casilina Vecchia 42 - Roma
infoline: 06 70305684; info@circoloartisti.it

porte/botteghino 20:00
concerti 21:00
ingresso 7 euro + 1,50 euro d.p.


EDDA, ex cantante dei Ritmo Tribale, torna dopo 13 anni di silenzio con un nuovo disco ed un tour che toccherà anche il Circolo Degli Artisti di Roma. Lo accompagnano in apertura Magpie e Modì.

edda

“La mia vita è un segreto che non vale niente”.

Stefano “Edda” Rampoldi è uno dei segreti meglio custoditi del rock italiano. Tanto è vero che è stato myspace ad accorgersi di lui, dopo che lui si era accorto di myspace. Strano destino, per uno che, nei Ritmo Tribale, aveva dato nome corpo e voce all’idea romantica e maledetta del cantante bello e dannato. Erano i primi anni ’90, le droghe falcidiarono le band americane di allora: Stone Temple Pilots, Alice in Chains, Nirvana, Sublime. Edda nei Tribali faceva corsa a sé, in tutti i sensi: unico sul palco, unico anche fuori dalla scena.

Prova a metterti nei panni miei, che sono io l’indemoniato.

Nel 1996 Edda scende dal treno del Ritmo Tribale. Edda, Edda il drogato, Edda l’hare khrisna, esce di scena. Da lì in poi solo voci, su di lui, voci sparse che si accavallano. Ma è poca roba. In realtà la sparizione è totale. E dura dodici anni.

“Maya Maya Krisna Devi Dasi”

2008. Edda ricompare. Su YouTube, con dei clip, in cui suona e canta nuove canzoni. Accanto a lui due amici musicisti, Walter Somà  - proveniente dalla scena sperimentale torinese degli anni ’90, con cui da qualche tempo ha ricominciato a scrivere canzoni – e Andrea Rabuffetti, bambino prodigio. Scrive Edda su un blog: “Ho conosciuto Walter per destino sei anni fa. E dopo tanto tempo passato ad ignorarci abbiamo deciso di suonare assieme. I suoi pezzi all'inizio non li capivo ma poi mi hanno preso. Poi però siamo andati da Andrea perché la monogamia mi fa male e il triangolo è una bella figura, sono due persone diverse e non sempre vanno d'accordo ma a me questo piace. Il suo suono era quello che cercavo da sempre. Non so cosa mi aspettavo ma adesso forse facciamo un disco. Io le canzoni di Walter vorrei che le cantasse Mina o la Bertè ma per adesso le canto io. Ho molta paura di fare una schifezza ma vedremo”.  

“Sapessi com’è strano, tu che sei di Tokyo io di Milano”.

Le nuove canzoni, scritte da Edda e Walter, compaiono su YouTube e sul myspace di Edda, da dove arrivano all’attenzione dell’etichetta Niegazowana. Prende corpo l’idea di farne un disco. Alla produzione artistica viene chiamato Taketo Gohara, diversi ospiti aggiungono i propri strumenti alla maggior parte di quanto già registrato da Edda, Walter e Andrea: Mauro Pagani (al violino su “Io e te”), Cesare Picco (piano), Alberto Fabris (contrabbasso), Alessandro "Asso" Stefana (banjo, ukelin, chitarre e organo), Pacho (percussioni), Achille Succi (sax e clarino basso), Mauro Ottolini (trombone), Josè Fiorilli (hammond). Le registrazioni si svolgono a Milano, tra le Officine Meccaniche e il Noise Factory, e a Nave (BS) al Perpetuum Studio, nel gennaio 2009.

“Il mio non è un ritorno ma un commiato che spero sia degno”.

“Semper biot”, espressione milanese che sta per “sempre nudo”, è il titolo dell’album che segna il ritorno – o il commiato? – di Stefano Edda Rampoldi. E in cui il titolo è già una dichiarazione assoluta, perché “Semper biot” è proprio così, un disco “nudo”, sospeso tra un senso di tragedia imminente e un miracolo altrettanto a portata di mano. Un album di una portata poetica enorme, diviso tra la spinta al nichilismo e la trascendenza verso la salvezza dell’anima, tra ciò che la carne propone e quello che lo spirito suggerisce. Dannazione e Santità, dolcezza e maledizione. Un disco vero, totale, assoluto. Un disco che sanguina, e fa sanguinare. Apre ferite, ma per fortuna le cura.

“Scopavo la felicità”.

Al centro dell’album, delle splendide canzoni scritte dai due – tranne “Io e te”, il cui testo è ispirato al libro “Zoo” di Isabella Santacroce - la voce. Sorretta da una strumentazione appena essenziale, la voce di Edda, capace di esprimere una forza e una personalità impensabili oggi, confidente, profonda, sempre in fuga da soluzioni prevedibili e con una gamma straordinaria di sfumature, che sono anzitutto emozionali. Ha una forza che riporta dritti allo spirito migliore del rock anni ’90, ma che al tempo stesso appare ormai come una voce “senza tempo”, fuori da ogni definizione. Piuttosto ti si attacca come una malattia, una male(bene)dizione, ti lavora dentro e una volta entrata non ne vuole più sapere di uscire fuori. Sempre nudo, Edda, nel darsi così, e nell’arrivare al cuore.

“Di più dei buoni acquisto, di più delle vacanze di più di più potrai di più”

“Semper biot”, “sempre nudo”. Che questo disco sia un atto unico o no, non è nemmeno importante, adesso. Quello che conta è che esista, e sia qui. Forte ed intenso com’è, delicato ed estremo com’è. Come una preghiera, come una bestemmia, come un atto di devozione. In ogni caso sempre nudo, come l’amore.

"Semper biot”.

Edda sulle canzoni di “Semper biot”

Io e te: “Io e te io e te /tu vieni solo per uccidere/ ammazzami/ finiscimi”. Due persone lavorano insieme per tanti anni e poi cambiano squadra. Uno è dominante e l’altro (io) servo. La vittima, il carnefice, il padrone, lo schiavo. L’uno non può esistere senza l’altro. Il testo è ispirato a quanto scritto da Isabella Santacroce in “Zoo”, ma avrei potuto chiamarla “Gattel”.

Milano: “amami tra la gente/ che lavora non facendo niente/ qui a Milano”. La mia città, anche se vorrei vivere a Calcutta, l’Inghilterra il mio delirio. Ariele è il mio nuovo nome, siccome Stefano portava sfiga, ho provato con Ariele. Risultato uguale. Il brefotrofio è il luogo in cui portano i bambini malati appena nati. Io ci sono stato.

Scamarcio: “Gesù Krishna di Dio, non sono il tuo coniglio”. Gli eserciti di cui parlo sono quelli della guerra di Kurukshetra, raccontata nel poema epico “Mahabharata”. La frase “aprimi bene la bocca che ci sta entrando un treno” viene da una frase degli Psychedelic Furs, “Into you like a train”. La citazione della “ballerina che balla dentro le cucina tra i sacchi di farina io ti guardo dal buco” riguarda invece la ballerina di “C’era una volta in America”.

L’innamorato: “a fette cucinami se non mi vuoi”. Essere innamorato è una posizione scomoda. Tutti l’hanno provato. Nella canzone parlo di “incoronato”, che è il significato della parola “stefanos” in greco, e poi un tributo alla Raffaella Carrà con “furore”, ma con parole diverse.

Snigdelina: “Snigdelina figlia del curato se non apri quelle braccia io sarò mangiato”. Se avessi avuto una figlia, l’avrei chiamata così. Pensando a una figlia mi sono venute in mente culle, ninnananne, filastrocche che ascoltavo sui dischi. Krishna che apre la bocca e sua madre ci vede dentro l’universo. Ma l’idea di una figlia è bella, mentre la mia vita no, quindi il sogno svanisce.

Yogini: “voglio morire felice di morire, voglio ammalarmi per non soffrire, voglio vedere come va a finire, voglio impazzire per non guarire”. I desideri sprigionano un’energia che da qualche parte deve andare. Sono 45 anni che desidero e questa cosa un po’ mi distrugge. I significati si ribaltano. La mia è una vita solitaria e reclusa.

Amare te: “essere Dio è una cosa facile, prova tu a fare il mio di mestiere”. La canzone esplora il tema della bhakti (devozione) verso Dio. Dio è lontano. Forse non esiste e comunque per lui non è un problema, per me sì, che sono perso qui dentro, nato per morire. Amare Dio è una cosa che non mi viene. Bestemmiare invece è semplice e mi consola.

Bella come la luna: “voglio una di noi, la più zozza”. Pura invenzione. Voglio una persona vuota e sporca. Io non mi vedo bello. Sono lento a capire.

Organza: “a volte vorrei di più”. Come la canzone di Carmen Consoli. Un testo scritto a 4 mani, ognuno voleva dire qualcosa senza tenere conto di quello che diceva l’altro. “Vorrei di più” viene da una canzone di Pino Daniele che diceva “voglio di più”. La mia frase preferita del testo è “scopavo la felicità”.

Fango di Dio: “Tu dove sei/ io sono qua/ ciao ciao bambino/ fango di Dio”. Il testo è completamente di Walter, che la spiega come: “La schizofrenia dell’essere spezzato tra la tensione verso Dio e il peso della forza di gravità”. L’Ikea è quella di Parma, dove mi sono perso la scorsa estate cercando la mia squadra che montava ponteggi multi direzionali.

Hey suorina: “così imparo a vivere/ la mia devozione mi fa ridere/ solo tu hai l’amore vedente/ solo tu la mia regina del niente”. Una mia amica diventa suora; a me lei piace tanto e avrei voluto stare con lei. Mi confronto con la sua religione (cattolica) e la trovo una cosa spaventosa. Tutto di loro mi fa senso: le parole, le immagini, per non parlare delle idee. Quindi da una parte c’è l’amore per la suorina, dall’altra c’è una persona che non capisco. Comunque anche se cristiana, io avrei voluto fare l’amore con lei proprio per toccare quelle regioni oscure che sono dentro di lei. Di notte ascolto “Radio Maria” e Padre Livio è davvero uno spettacolo: la sua esaltazione, la sua ipocrisia. “Miles dei”, “Regina angelorum”, “Unigenito olocausto” sono tutte parole che ho sentito dire in questa radio.

Per semper biot: “di religione sono hare krishna/ e magni minga i gatt, ma in Dio io non ci credo/ mi piasen tropp i tusa“. Non sono nato in Argentina e non sono mai andato in Australia, ma qualcuno l’ha fatto. L’inglese lo parlo male. Sono fortemente portato a pensare che Krishna sia Dio, ma non posso dire che Dio esista. A volte le persone arrivano e riempiono un vuoto, poi se ne vanno. E tu stai male per questo ma in realtà è il vuoto di prima che torna a farsi sentire in maniera diversa.

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